L'Urlo di Edvard Munch PDF Stampa E-mail
Mercoledì 09 Maggio 2012 17:08

Non lascia indifferenti e provoca una reazione intensa. E’ una di quelle opere che stordiscono anche chi non si intende minimante d’arte. E’ l’espressione di qualcosa di angosciante e di profondo. L’urlo di Munch è talmente immediato che nel trasferire l’ansia allo spettatore, si imprime, per così dire, sulla retina di chi vi sta davanti mesmerizzandolo mentre lo confina in quello stato ipnotico di sogno ad occhi spalancati.

Quell’ondeggiare nei tratti di colore, che si agitano come a rappresentare una profonda angoscia e che racchiudono l’intera immagine nello spazialità del loro movimento. Tutto vi è coinvolto: il fiordo, la natura , il ponte, l’uomo stesso che assiste all’incubo. La presenza umana è ondulante e terribile, forse neppure “uomo”, ma vaga rappresentazione di archetipo. Le mani: non vicino alla bocca come a fungere da megafono; l’urlo quindi non proviene esclusivamente da lui. Sono mani appoggiate alle tempie, come a difesa, quindi è lui che percepisce l’urlo straziante della natura, tanto da rimanerne sconvolto, da urlare egli stesso nella sua debolezza e caducità, mescolando urlo con urlo. Come può la pittura, essere riuscita ad esprimere un rumore, una sensazione così palpabile e profonda? Un ansia da mettere i brividi?

Così volle nel 1892 il grande pittore Edvard Munch. Perché questo lavoro è il frutto di una sensazione personale, che poi si tramuta e travalica. Lui stesso racconta d’essersi trovato una serata, a camminare con alcuni amici, quando improvvisamente venne sconvolto dai colori del tramonto. “Sangue e lingue di fuoco” scriverà. Una sensazione come se un “urlo infinito” venisse scatenato dalla natura stessa e coinvolgesse la città, gli uomini le cose….

 

 

La quarta versione di questo dipinto, è stata venduta all’asta di Sotheby’s.  Forse è la versione meglio riuscita di un’ opera che ha suggerito un folto merchandising e varie filmografie dell’orrore. Ma quella sera e in quell’asta memorabile, e solo per pochi attimi, numerosi collezionisti hanno creduto, per quella piccola eternità di secondi, che l’opera divenisse proprietà di ciascuno di loro. Mentre Tobias Meyer saliva da 71 a 100 milioni di dollari si percepiva quella sensazione palpabile di sorpresa, ma anche di intensa partecipazione mentre le mani continuavano a levarsi, e i telefonini a riprendere quell’attimo. Poi d’incanto, in un rapido susseguirsi , l’opera superava ogni barriera di prezzo, ogni perimetro o confine valutario noto o statistico, per superare i 119 milioni di dollari.

Nelle parole di Tobias Meyer, che difficilmente dimenticherà quella notte, l’opera vale ogni penny della somma raggiunta. Segue il suo cammino quindi, quell’impressione plastica e viva dell’uomo-che pare un feto o una creatura immaginaria- mentre grida, e con lui è l’universo intero a ribellarsi in un gemito atroce, come fu per Edvard Munch quando, una buia notte di natale, a lui così bambino, comunicarono che la mamma era morta.

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